la vita non è un grande armadio rustico dove si allineano pile di lenzuola immacolate e stirate, profumate da un sacchetto di lavanda, ma un coacervo di materassi sporchi dove uomini e donne sono venuti al mondo, dove hanno fornicato e dormito, dove hanno sofferto e sono morti, e tutto è bene così



lunedì 29 aprile 2013

nuovi inizi

"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla." 
(Albert Einstein)

domenica 28 aprile 2013

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Si, ero una di quelle bambine corpulente nelle quali il grasso, egualmente distribuito per tutto il corpo pare annullare ogni forma femminile. Hai mai visto l'astuccio di un contrabbasso? Così l'involucro di grasso nel quale, come lo strumento musicale nel suo astuccio, stava racchiuso e reso irriconoscibile il mio corpo. Non avevo sedere, non avevo ventre, non avevo fianchi o seno, ma soltanto grasso. Ricordo come qualche cosa che sia avvenuto ad un'altra persona, che quando camminavo le mie cosce si sfregavano una con l'altra, una sensazione umiliante alla quale non riuscivo ad abituarmi e che mi ispirava un sentimento di oscura infelicità, quasi il segno di una degradazione irreparabile. Ero insomma consapevole di mettere in caricatura ad ogni mio gesto le movenze graziose del corpo femminile. Come se questo non bastasse ero afflitta da una fame continua. Mangiavo troppo perché ero grassa. Cioè, mangiavo per consolarmi col cibo della mia infelicità. E infatti mangiavo anche quando non avevo fame, per una specie di stimolo nervoso un po' simile a quello che spinge i fumatori ad accendere una sigaretta dopo l'altra. Dimenticavo di essere grassa mangiando, cioè facendo, appunto, qualche cosa che avrebbe aumentato la mia grassezza. Oppure mi alzavo, andavo in cucina e aprivo il frigorifero e allungavo le mani su quello che trovavo, avanzi freddi di carne e verdure, rimasugli di dolci, pezzi di formaggio, vasetti di miele o marmellata. Mi rimpinzavo a caso e in gran fretta. La grassezza ai miei occhi simboleggiava tutto ciò che ero e non avrei voluto essere. Tutte queste mangiate e queste bevute sempre fatte di fretta e furia e con un senso oscuro di colpa, mi avevano fatta diventare furtiva, falsa, bugiarda, ipocrita, dissimulata. Anche di questo ero consapevole, come della mia ghiottoneria. Ma era una consapevolezza inoperante e impotente, che non serviva che a rendermi ancor più infelice.